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Standard di lavoro

STANDARD DI LAVORO DEL COCKER SPANIEL INGLESE

Approvato dal Consiglio Direttivo ENCI del 2.10.2014

Prefazione
Lo Standard ufficiale di lavoro, viene redatto e descritto da ciascun paese in base all’impegno in funzione delle possibilità faunistiche e di habitat, purché non esorbiti dalle prestazioni richieste alla razza, create con la selezione nel paese di origine e ne rispetti e tuteli i caratteri di base dell’attività funzionale. Per redigere lo Standard di lavoro di una razza di cani da caccia è razionale domandarsi a cosa essa serve, in quanto ausiliare del cacciatore e con quale prassi di lavoro le spetta di assolvere il compito, perché possa rendersi concretamente utile e redditizia nella maniera più semplice. Lo Standard di lavoro deve suggerire un indice di valutazione medio del valore delle prestazioni, tale che sia accessibile a tutti i soggetti portatori di insigni caratteri tipici della razza, anche se non tutti possono essere in grado di conseguire un risultato massimo. La prova non è una gara a chi arriva primo ma un’accurata forma di selezione tecnica in base ai canoni caratteristici della razza. La prova non è l’occasione per eseguire delle micidiali battute di caccia, ma bensì è lo strumento valutativo con cui si misurano e si computano i caratteri basici dell’attitudine alla caccia dei soggetti in concorso. Il numero nuovamente crescente di Cocker Spaniel Inglesi utilizzati a caccia e alle prove di lavoro è assolutamente incoraggiante, ma è necessario fare attenzione al negativo utilizzo di soggetti impropriamente denominati “Cocker da lavoro” totalmente al di fuori dei canoni tollerabili della razza. E che questa presenza non arrivi a inquinare sovrastando in maniera irreparabile il lavoro di selezione che con tanta abnegazione è stato ottenuto sino a oggi e che continua a produrre campioni assoluti. In tal senso si rende improcrastinabile l’adozione dell’effettivo strumento valutativo delle prestazioni pratiche che è appunto lo Standard di lavoro. E’ il momento di fissare i criteri tecnici valutativi con i quali si potranno formulare con assoluta uniformità gli indirizzi operativi della razza, onde far sì che a fronte delle inerenti manifestazioni cinotecniche, gli allevatori  possano trarre i necessari spunti orientativi e di confronto costruttivo per la selezione allevativa. Il Cocker Spaniel Inglese è una varietà tra le tante della grande famiglia degli Spaniel, estremamente diversa da tutte le altre, pertanto ascrivente di singolari caratteristiche ed esclusive peculiarità e come tale deve essere incoraggiata e tutelata nella conservazione delle sue personali particolarità. Lo Standard di lavoro si colloca in equanime posizione normativa al Regolamento Generale per le Prove di caccia e al Regolamento Nazionale e Internazionale per le Prove di lavoro per Spaniel e con i quali si dota delle appendici di ordinamento e delle modalità classificatrici necessarie a emettere le indispensabili indicazioni di selezione.

Caratteristiche generali
Il Cocker Spaniel Inglese è un cane di un’intelligenza straordinaria, dotato di un meraviglioso istinto per la caccia. Di carattere è estremamente allegro, spigliato e sicuro nei rapporti con le persone e gli altri cani. Si distingue dagli altri Spaniel per il portamento fiero, distinto ed elegante. Non è mai remissivo di fronte a situazioni anche se più grandi e difficili della sua portata, anzi è coraggioso, caparbio se non intrepido. Di struttura fisica ben equilibrata, compatto e armonico nella sua costruzione. La massa muscolare deve essere ben sviluppata per dare energia, fluidità e  esistenza alla fatica in funzione del lavoro. Si preferirà un Cocker di giusta dimensione, grandezza fisica rispondente allo standard morfologico, in quanto ha come sua unica peculiare e distintiva caratteristica di razza quella di essere il più piccolo tra tutti gli Spaniel inglesi da caccia. Se troppo piccolo e troppo leggero non disporrà dei necessari mezzi fisici per una corretta e prolungata azione di caccia, anche se a volte a fronte di un’eccessiva iper-nevrilità, riesce a sopperire con la mentalità e il carattere a certe limitazioni strutturali, allontanandosi però dal corretto equilibrio psico-morfologico tipico della razza. Se troppo grande in ogni sua misura non sarà più rispondente al suo caratteristico modo di lavorare e al suo precipuo utilizzo, oltre a contraddire la sua stessa caratteristica fondamentale di razza che lo annovera come lo Spaniel più piccolo fra tutte le altre razze di Spaniel inglesi. La corporatura deve presentarsi forte con un profilo generale compatto e ben muscolosa, il rachide deve essere forte e solido, la linea dorsale tendente all’orizzontale (né cifotica, né lordosica), il rene corto e largo che si fonde in una solida groppa leggermente inclinata. Il torace deve essere ben ampio senza essere eccessivo nell’altezza, quella giusta è in linea con i gomiti. Gli arti ben angolati, in particolare gli arti pelvici. Il collo deve presentarsi ben inserito tra le scapole, ben muscolato e di giusta lunghezza, ma mai deve essere troppo corto o troppo lungo. La testa deve avere un buon cranio, il tartufo ben proporzionato e con narici aperte, il muso di pari lunghezza con il cranio e con buona quadratura. Gli occhi non devono essere prominenti, ma di giusto incasso nelle orbite con palpebre ben aderenti per una efficace protezione da eventuali gravi incidenti dovuti al contatto con la vegetazione.

L’andatura
Il Cocker Spaniel Inglese è iscrivibile in un rettangolo molto compatto: l’altezza al garrese deve uguagliare la distanza dal garrese stesso all’inserzione della coda. L’andatura del Cocker è il galoppo ordinario, vivo ed efficace, adottato nella frequenza delle battute a seconda del terreno. Questa particolare struttura, tipica del trottatore nelle angolazioni degli arti ed estremamente compatta e corta nella lunghezza del tronco, quindi più consona al galoppatore, gli conferisce un’eccellente flessibilità nella variazione dell’andatura passando spontaneamente dal trotto, utilizzato per cacciare in folto e per dirimere le piste più delicate e complesse – da vero e proprio “meticoloso” cacciatore qual è – al galoppo utilizzato prevalentemente nel vagliare terreni aperti utilizzando l’aria. Il galoppo deve essere sostanzialmente continuo, brioso ed energico, mai veemente e irruenti (doti tipiche delle razze Spaniel di maggiori dimensioni). In funzione di effettive circostanze dettate dalla contingenza del momento, può moderare la velocità fino a cambiare passo, onde poter attuare brevi e motivati accertamenti su piste o segnali olfattivi particolarmente deboli o di difficile interpretazione, finanche perseguire tenacemente la passata di un selvatico con la meticolosità e la caparbietà che notoriamente contraddistingue questa razza. La spinta del posteriore deve essere vigorosa ma non impetuosa, il galoppo del Cocker non può dunque essere caratterizzato da tempi di battuta brevi, raccolti e violenti. L’arto pelvico nell’azione di spinta non deve rimanere sotto di sé e tanto meno a fine battuta deve produrre alcuna sorta di scalcio, ma interagire con gli arti anteriori in una falcata moderatamente raccolta. Le membra toraciche si estenderanno senza sbracciare garantendo una perfetta sincronia con l’azione combinata e propulsiva degli arti posteriori, coprendo un’ampiezza d’appoggio equilibrata alla spinta di movimento innescata dagli arti addominali. L’andatura autentica del Cocker è individuabile in un galoppo dal movimento leggero ed elegante, sostanzialmente meno veloce e meno potente di quello dello Springer. Il galoppo non si deve presentare né estremamente eretto sugli arti né tanto meno flesso e serpeggiante (negato dalla costruzione stessa del tronco) ma lineare, morbido ed elegante.

Il lavoro
Come per tutti gli altri Spaniel da terra, il terreno ideale del Cocker è quello coperto da  vegetazione (erbaccioni o gerbido, bosco, sottobosco o tagliate di bosco rinato, macchia di  roveti o macchia mediterranea, falaschi o sponde di ambienti lacustri e altri terreni  corrispondenti a questa tipologia) all’interno della quale vi trova vieppiù rifugio la  selvaggina. Luoghi di caccia questi nei quali gli Spaniel ottimizzano le loro attitudini  venatorie. Il Cocker anche in funzione della diversa struttura fisica, la quale è notevolmente  più minuta rispetto agli altri Spaniel inglesi, si differenzia nel trattare e affrontare la  vegetazione. Per il Cocker è caratteristico l’accedere all’interno dei forteti della vegetazione  tramite una vera e propria forma di utilizzo degli accessi naturali e/o realizzati dagli  animali selvatici, tipo fore, gattaiole, cunicoli, radure ecc., insinuandosi tra gli ostacoli con  procedura meticolosa, scivolando sotto la copertura con agilità e silenzio quasi felino. Si una definire tale processo di cerca “scava sotto”. Mentre lo Springer, a differenza del  Cocker, preferisce sfondare l’ostacolo penetrandovi d’impeto o di slancio anche dal di  sopra. E’ sovente che in azione di caccia in superfici più o meno coperte da vegetazione  possa, anche a causa degli intrighi arborei, ridurre l’andatura di galoppo finanche passare a  un’azione di trotto purché veloce e sbrigativo, lavorando e interpretando le emanazioni che  provengono dal terreno con dei frequenti “colpi di naso”. Meno coperto il terreno e più  sarà indotto ad accelerare l’andatura e a utilizzare maggiormente il naso per via aerea onde  reperire gli effluvi portati dal vento. Le emanazioni più fresche saranno lavorate con  sicurezza, risalite con grande precisione e  eterminazione fino all’ubicazione del selvatico,  ma sempre in silenzio. Saranno tollerati i colpi di voce, solo se emessi come manifestazione  di estrema determinazione nell’inseguire dentro alla vegetazione fitta uno scaltro selvatico  che non vuol farsi raggiungere dal cane. Se invece sono dati all’involo del selvatico fuori  dalla vista del conduttore come avvertimento dell’avvenuto involo o schizzo del selvatico è  addirittura attitudine da considerare come meritoria di un autentico e intelligente ausiliare. Altre forme di dare la voce sono ingiustificate nell’azione di cerca durante la decifrazione delle emanazioni; sono indesiderate poiché allarmerebbero la selvaggina inducendola a  involarsi o partire anticipatamente all’arrivo del cane. Il lavoro di pistaggio esercitato su  ampie distanze e per lunghi periodi, pur essendo attitudine facilmente incoraggiabile, non è  desiderabile, altrimenti rischia di far divenire la prestazione alla stregua di una mera azione da simil-Segugio. Particolarmente nel turno di prova, dove lo spazio temporale  4 concesso è limitato, il pistaggio dovrà essere altresì rapido e deciso onde forzare la  selvaggina nella distanza utile allo sparo del conduttore. La distanza del raggio di cerca è di  norma quella di buona utilità al tiro di fucile (25-30 metri) anche se il più delle volte tale  equilibrio di cerca è pressoché dettato dalle condizioni, ambientali, arboreo-vegetative e  dalla conformazione del terreno. Pertanto si considera di buona utilità anche l’azione di  cerca effettuata al di là della canonica distanza di tiro, purché sia concessa e gestita in ogni  aspetto dal conduttore e che l’eventuale incontro di qualche selvatico possa, per effettivi  aspetti pratici, rendersi funzionale al cacciatore. In sostanza un Cocker può essere  totalmente fuori “mano” anche se caccia a poche decine di metri dal fucile (ad esempio  all’interno di boschi fitti che rendono istruttivo il controllo visivo nei confronti del cane da  parte del conduttore, oppure se completamente indifferente ai richiami e ai comandi  impartitigli); più facilmente sarà considerato “fuori mano” allorché la sua azione sarà  esercitata costantemente a distanze tali da non poter rendere fruibili i selvatici trovati oltre  la portata di tiro del fucile; di contempo sarà altresì considerato fuori mano se non  ubbidiente ai comandi o se non collegato con il conduttore, un Cocker totalmente  indipendente è deleterio al corretto utilizzo dello stesso a caccia. La metodologia di cerca dovrà essere attuata a seconda del terreno trattato: in gerbido o in  terreni sostanzialmente aperti sarà di ampi lacet laterali sviluppati tendenzialmente  davanti al conduttore in progressione di incrocio nella direzione di perlustrazione  intrapresa, la geometria degli stessi è prevalentemente ordinata con un’indagine analitica  del terreno. A tale proposito non è possibile, sia per le caratteristiche psico-strutturali del  Cocker, delle condizioni del vento, della vegetazione, della scaltrezza dei selvatici,  pretendere un’univoca copertura dall’inizio alla fine del lavoro, ma sarà adeguata di volta in  volta in base alle condizioni strutturali-ambientali del momento. In bosco il metodo di cerca  deve essere sostanzialmente ordinato e proiettato nel modulare l’ampiezza dei lacet in  stretta correlazione alla visibilità concessa dalla vegetazione del sottobosco, evitando  sfondate insensate in verticale lungo la direttrice di marcia, ma bensì, ispezionando ogni  dove con buon metodo e in completo collegamento. Nei tragitti di caccia lungo bordi di  bosco, sieponali, argini o quant’altro vincoli l’attività di cerca su di un preciso lato, l’azione di battuta sarà impostata prevalentemente sult erreno che per fattiva formazione può determinare un naturale rifugio alla selvaggina. Se prima di addentrarsi nella vegetazione, il nostro ausiliare compie una scorsa al di fuori al fine di verificare la presenza di un’eventuale pista esterna, è funzione di gran perspicacia. Poi una volta fatto tale tipo di accertamento, il lavoro dovrà essere svolto minuziosamente all’interno della vegetazione, con continue uscite all’esterno per non trascurare anche il terreno dalla parte opposta e per mantenersi in collegamento. Una volta agganciata una pista, il ritmo di esecuzione sulla stessa sarà basato soprattutto dall’entità dell’orgasmo del selvatico, se più o meno leggero. Questa è la fase più ammaliante ed emozionante dell’intero lavoro, l’andatura sarà vieppiù determinata, la coda mossa freneticamente a segnalazione dell’importante lavoro di scovo, la testa sarà abbassata al di sotto della linea dorsale, più vicino possibile al terreno per captare meglio l’emanazione, tutti i suoi atteggiamenti saranno di massima eccitazione, dimostrativi nei confronti del conduttore dell’imminente frullo o schizzo del selvatico, movenze espressamente chiare così com’è l’immobilità del cane da ferma davanti al selvatico. Il tutto non è solo superfluo atteggiamento stilistico, ma intelligente e concretissima collaborazione del cane nei confronti del conduttore di fornire il prezioso preavviso della presenza del selvatico. Se l’ausiliare non dà una buona espressione di avvisaglia del contatto con l’emanazione, l’impressione è che sia incappato casualmente sul selvatico. E’ demerito da penalizzare. L’espressività della presa di punto deve essere sempre massima e particolarmente lapalissiana di quanto sta accadendo, la pista deve essere lavorata con velocità e decisione, se nel pistaggio si alza un selvatico al lato o addirittura dietro al passaggio del cane deve lasciare che lo stesso concluda il suo lavoro perché, soprattuto in presenza di altri selvatici, il pistaggio di uno può portare ben oltre la dimora degli altri. Se terminata l’azione, il cane non mette in movimento il selvatico segnalato e avvisato, significa che non ha saputo leggere e interpretare correttamente la traccia dell’animale in fuga, quindi a seconda degli eventi, si tratterà di sorpasso o trascuro di selvaggina utile. Può avvenire in alcuni casi in cui il selvatico sia immobile, che il cane interrompa l’azione e manifesti un attimale accenno di ferma, oppure che brevemente esiti nel forzare la selvaggina. Questo non costituisce altro che un pregio e una raffinatezza ulteriore, segnalatrice dell’elevato equilibrio mentale del cane, che così facendo evita nel corso della pistata, di sorpassare il selvatico fermo o infine di dare il colpo conclusivo di scovo in maniera imprecisa. Il cane di contro però deve sempre manifestare l’alto stato di eccitamento, il movimento di coda deve rimanere acceso e frenetico e all’ordine del conduttore dovrà obbligatoriamente forzare senza indugi la selvaggina. Se invece al momento dell’accenno di ferma, il cane dimostra insicurezza o scarsità di verve, pochezza nella determinazione conclusiva o finanche timore del selvatico, il tutto deve essere seriamente penalizzato. Se invece l’azione di scovo del cane trova la naturale conclusione con la determinazione esatta del punto di messa in fuga del selvatico davanti al muso del cane, proprio nel momento in cui il cacciatore imbraccia l’arma per sparare, si esigerà l’assoluta immobilità allo schizzo o al frullo, onde evitare che si frapponga nella linea di tiro. La motivazione principale è facilmente intuibili in quanto l’eventuale rincorsa o il tentativo di protendersi per ghermire la preda, potrebbe risultargli fatale o fortemente lesivo della sua incolumità. Un altro valido aspetto per cui si debba pretendere l’immobilità del cane alla partenza del selvatico è prettamente insito nel fatto stesso che esso possa visivamente cogliere meglio l’esatta linea direttrice della parabola di caduta del selvatico, e infine dell’esatta ubicazione dello stesso capo abbattuto sul terreno. Un avventato inseguimento di un selvatico, magari anche non colpito, può causare l’incauto involo o partenza di altra selvaggina presente nei paraggi, il che può avvenire nel momento in cui il cacciatore si trova con l’arma da ricaricare. La marcatura del punto di caduta deve essere la più precisa possibile. Nei casi in cui il cane abbia una parziale o totale ostruzione del campo visivo e per assicurarsi la visuale si porti di sula iniziativa in posizione atta a soddisfare una migliore prospettiva visiva per meglio localizzare e memorizzare il punto d’impatto del selvatico colpito con il suolo, questo gesto non deve mai essere interpretato come elemento di demerito ma altresì come dote di intelligenza e sagacia di buon ausiliare. Una volta colpito il selvatico, volatile precipitato al suolo, lepre o coniglio rotolati per terra, si concede al cane di andare ad eseguire il riporto. Il riporto, una volta localizzato il punto di battuta e assicurato il selvatico con buona presa tra le mandibole, è da pretendersi sollecito e gioviale, portato con la testa alta che scarichi il peso sulle spalle. Al trotto o al galoppo, non fa distinzione purché sia sempre brioso con il movimento di coda ben attivo e frenetico. Il leccare la preda, il cercare di spiumarla, il non voler abboccare o semmai di farlo con poca convinzione, sono aspetti di demerito che andranno valutati nella circostanza del caso. Cosa differente sarà invece la manifestazione di caparbietà nel voler meglio sistemarsi il selvatico per una migliore presa, ancor di più se il selvatico risulta essere ancora vivo e cerca di svincolarsi dalle fauci del cane. Si dovrà prestare attenzione al tipo di vegetazione o  onformazione del terreno in cui è caduto il selvatico stroncato dalla fucilata, in quanto un fagiano di quasi due chili o una lepre di quattro-cinque, non è certo un comodo bagaglio per un Cocker di dodici chili, e a volte gli intrighi della verzura sono tali da rendere quasi impossibile il passaggio del cane con in bocca il selvatico. Se il Cocker si aiuta trascinando la preda, avendola abboccata per un’ala, per una zampa o per il collo, questo deve essere tolleratissimo, anzi considerato come effettiva dimostrazione di caparbietà e di volontà estrema a sopperire alle difficoltà create dalle condizioni ambientali. Talvolta il cane, dopo aver abboccato la preda, agita la testa con violenti scossoni per vincere la resistenza dell’animale che intende ribellarsi. Il giudice distingua la presa forte dal dente duro, ossia il vizio di infierire sulla preda. La presa forte è motivata dal fatto di non concedere ulteriore possibilità di fuga al selvatico, specialmente se è ferito in maniera lieve e si difende come può nei confronti del cane; diversamente il dente duro è la chiara manifestazione di volontà di infierire sul selvatico, specialmente se morto, inerte o nella totale impossibilità di ribellarsi. Talvolta, a fronte di un combattuto recupero, il selvatico può presentare delle lesioni sulle regioni dorsale e/o caudale. Anche se di primo impatto la cosa può apparire come elemento da penalizzare, ma altresì potrebbe essere la conseguenza di una difficile e laboriosa cattura. Il giudice dovrà valutare se simili lacerazioni sono dovute alla diretta volontà del cane o se sono dovute a situazioni estranee al cane stesso come per esempio dovute alla fucilata, alla caduta dello stesso o ad altro ancora. Comunque nel caso di eventuali aspetti dubbiosi in merito si debba protendere in favore del cane. Si il cane rifiuta di abboccare, quindi di riportare un selvatico dilaniato da una maldestra fucilata, ne ha tutto il diritto, anzi non deve essergli inflitta alcuna penalità, purché lo scempio sia evidente e contestabile. Se il selvatico dopo essere stato colpito riesce a sottrarsi dal punto di battuta al suolo o dal punto dove è stato colpito dalla schioppettata utilizzando le forze rimastegli, allora il riporto si evolve in recupero. E se un cane non può inseguire a vista deve obbligatoriamente lavorare di naso onde decifrare meglio la pista. Più precisamente e velocemente riuscirà ad agganciare l’usta, più sarà diretto e funzionale il recupero. In queste evenienze la cerca più è indirizzata a lavorare nella direzione di fuga del selvatico più risulterà risolutiva e meno logorante in andirivieni disordinati, caotici e ansiosi. I quali atteggiamenti ingaggiati con atti di impeto smodato a seconda delle circostanze possono rivelarsi anche dannosi o disturbativi alla eventuale possibilità di altra presenza di selvaggina, vanificando di fatto altre occasioni di carniere. Molto può dipendere da un buon addestramento del cane a eseguire correttamente la forma del riporto cieco a comando. A ogni buon conto è da evitare l’invio al riporto su lunghe distanze. Nel tragitto di rientro è concesso al cane di raggiustassi la presa, anche riappoggiando in terra la preda per poi riabboccarla prontamente onde continuare e ultimare l’azione: in funzione di ciò dovranno essere valutati alcuni fattori come la distanza del riporto, la mole della selvaggina, le diverse condizioni ambientali e ogni qual cosa possa complicare l’espletazione. Il riporto dall’acqua, in quanto eseguito in situazione non accessibile all’uomo, è da considerarsi come recupero. La preda riportata o recuperata deve essere portata in mano al conduttore con gaiezza come se lo volesse omaggiate dell’ambita preda.

Comitato Tecnico del Club Italiano Spaniel.

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